Scommesse e calcio italiano: perché il piano FIGC è una scommessa che può valere la pena fare
L'ennesima mancata qualificazione ai Mondiali ha riacceso un dibattito antico, ma questa volta qualcosa sembra diverso. L'ex presidente della FIGC Gabriele Gravina, prima di uscire di scena, ha lasciato sul tavolo un documento di undici pagine che fotografa con lucidità i mali del calcio italiano e propone soluzioni concrete.
Al centro di tutto c'è un'idea che, in molti Paesi europei, ha già dimostrato di funzionare: redistribuire parte dei proventi delle scommesse sportive al sistema calcistico nazionale.
I numeri che non si possono ignorare
I dati parlano chiaro. Secondo il Report FIGC 2025, nel 2024 la raccolta delle scommesse sportive in Italia ha raggiunto i 22,8 miliardi di euro, di cui ben 16,1 miliardi generati esclusivamente dalle puntate sul calcio. Una cifra cresciuta di quasi quattro volte rispetto al 2012. Eppure di tutto questo giro d'affari al calcio, che ne è il principale motore, non torna praticamente nulla in modo diretto e strutturato. La proposta della federazione era semplice: riconoscere un 1% di quei 16 miliardi come royalty destinata a settori giovanili e infrastrutture. Centosessanta milioni di euro l'anno. Non per pagare gli stipendi delle stelle, ma per costruire le basi di un sistema che oggi arranca vistosamente.
L'Europa ha già scelto
Sarebbe sbagliato liquidare questa proposta come velleitaria. Venti Paesi europei hanno già adottato sistemi simili di redistribuzione. La Francia preleva l'1,8% della raccolta lorda per finanziare sport dilettantistico e infrastrutture locali. Il Portogallo, dal 2015, applica una tassazione del 3,5% sulle giocate legate al calcio: la Federcalcio portoghese incassa circa 40 milioni di euro l'anno, pari a un terzo del proprio bilancio. La Grecia ha scelto di tassare progressivamente le vincite dei giocatori, distribuendo circa 100 milioni annui tra sport professionistico e dilettantistico. Persino la Turchia, co-organizzatore con l'Italia degli Europei 2032, ha un sistema centralizzato che garantisce risorse a tutti i club, dalla Serie A alla quarta serie.
Modelli diversi, ma con un filo conduttore: chi organizza gli eventi su cui si scommette ha diritto a una parte del valore generato. È un principio di equità economica, prima ancora che sportiva.
Un sistema al collasso che ha bisogno di ossigeno
Il dossier Gravina descrive un calcio italiano strutturalmente in crisi. La Serie A è l'ottavo campionato più "anziano" d'Europa, con i giocatori stranieri che occupano quasi il 68% dei minuti giocati. I giovani italiani under 21 vengono impiegati per appena l'1,9% dei minuti totali: penultimi su 50 campionati monitorati a livello mondiale. E il calcio professionistico italiano perde ancora oltre 730 milioni di euro all'anno.
In questo quadro, il legame con il mondo delle scommesse non è solo una questione finanziaria: è una scelta strategica. I fondi provenienti dal betting potrebbero colmare il gap infrastrutturale con gli altri campionati, finanziare i vivai, sostenere il calcio femminile e, non da ultimo, destinare risorse alla prevenzione della ludopatia. Sarebbe un sistema virtuoso, non predatorio.
La scommessa politica
C'è però un ostacolo che nessuna relazione tecnica può rimuovere da sola: la volontà politica. Il Decreto Dignità del 2018 ha vietato qualsiasi forma di pubblicità e sponsorizzazione legata alle scommesse, tagliando fonti di ricavo importanti per i club italiani e creando un paradosso: l'Italia è uno dei mercati più grandi d'Europa per raccolta betting, ma i suoi club sportivi sono tra i pochi del continente a non poterne beneficiare direttamente.
Gravina chiedeva esplicitamente di superare questo divieto, aprendo alle sponsorizzazioni degli operatori. Una riforma che, per chi segue il settore, come chi si occupa professionalmente di seguire i bookmaker o offrire aggiornamenti sulla lista dei bonus scommesse, appare non solo ragionevole, ma necessaria per allineare l'Italia agli standard europei.
Non è una questione di calcio, è una questione di sistema
Il piano FIGC sulle scommesse non è una trovata populista né un'idea nata dalla disperazione post-eliminazione. È la naturale conseguenza di un'analisi seria e di un confronto con realtà che funzionano già da anni. Il nuovo presidente federale, chiunque esso sia, avrà davanti una scelta molto concreta: sfruttare il potenziale economico di un settore in forte crescita oppure continuare a guardare gli altri Paesi europei costruire il futuro mentre l'Italia arranca nel presente.
La partita vera, insomma, non si gioca sul campo. Si gioca nelle aule parlamentari e nei tavoli istituzionali. E questa è una partita che il calcio italiano non può permettersi di perdere.